PROGETTO “GRUPPO BALINT” – 2018 Crema-Milano-Lodi

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PROGETTO “GRUPPO BALINT”

2018 Crema- Milano- Lodi

 

aiutare chi aiuta: uno strumento in più per l’operatore

  • la malattia e il malato: la malattia che si studia ed il malato che si incontra
  • come gestire la relazione e sviluppare una “personalità terapeutica”: cioè come incrementare nell’operatore la capacità di essere in rapporto emotivo con la persona sofferente;
  • L’operatore come medicina: indicazioni, contro – indicazioni, posologia ed effetti collaterali;
  • la “giusta distanza” (nel rapporto con il malato e la sua famiglia): un equilibrio difficile e complesso che necessita di una continua riflessione
  • Il conflitto di ruolo: l’operatore – tecnico e persona nell’incontro con l’Altro malato e persona;
  • Bisogni dell’operatore e bisogni del malato;
  • La solitudine dell’operatore di fronte alle aspettative del malato e della sua famiglia: la continua oscillazione tra onnipotenza ed impotenza.

Viene qui proposto uno spazio di riflessione e confronto non sempre facile da trovare all’interno della propria attività clinica e particolarmente efficace nel prevenire i disturbi legati allo stress lavorativo (burn out).

All’interno del gruppo Balint, costituito da 8-12 colleghi, ciascuno può portare una situazione clinica da lui vissuta come impegnativa o soverchiante. Il conduttore e i colleghi cercano di diventare partecipi del caso esposto osservando, ascoltando, facendo domande, immaginando o suggerendo ipotesi o considerazioni, focalizzando le difficoltà dell’interazione tra i personaggi della situazione esposta. Il gruppo di formazione si pone l’obiettivo che i partecipanti non solo apprendano qualcosa, ma ottengano dei cambiamenti attraverso una modifica del loro atteggiamento. Il cambiamento non riguarda beninteso la personalità globale del partecipante, ma uno spostamento nel suo “sé professionale”; non vengono in alcun modo esaminati aspetti conflittuali della personalità del partecipante, ma quegli elementi della “conflittualità professionale” che ostacolano l’affermarsi dell’identità professionale.

 

Il progetto prevede, dopo un incontro introduttivo,  appuntamenti mensili o quindicinali per un gruppo di 8-12 partecipanti nelle sere del martedì dalle ore 21 alle ore 22.30 (con calendario da definire).

Conduttore Dott. Giancarlo Stoccoro (psichiatra e psicoterapeuta)

 

 

Per informazioni:

Dott.Giancarlo Stoccoro 338/6553328 giancarlo.stoccoro@gmail.com

 

www.psicoterapiastoccoro.it

 

 

Aiutare chi aiuta

I Gruppi Balint: un aggiornamento inattuale?[1]

 

 

Quando un medico prescrive un farmaco, prescrive se stesso (M. Balint, 1957)

 

Presentare oggi un metodo di lavoro che nelle sue linee generali risale a più di mezzo secolo fa e che si occupa di sensibilizzare i medici e gli altri operatori d’aiuto alle componenti interpersonali della terapia, può apparire, a prima vista, singolare se non addirittura sovversivo.

L’attuale gestione aziendale dei Servizi di Aiuto alla persona, associata a una cultura fondata quasi esclusivamente sulla Evidence Based Practice, sembra infatti aver rimosso ampiamente l’importanza della relazione di cura con le sue dinamiche emotive e affettive (vedi anche Occhio Clinico 2007;8:7).

Pur tuttavia una fonte primaria e ben conosciuta di stress per gli operatori che lavorano nelle professioni d’aiuto dipende proprio dalla loro continua vicinanza a persone che vivono tra gravi sofferenze fisiche e psicologiche e <<se è vero che i primi (gli operatori d’aiuto) non percepiscono con chiarezza le emozioni che il paziente suscita in loro, non per questo essi soffrono meno>> (Mistura, 2003). Il mancato sviluppo e mantenimento di una buona relazione interpersonale, fruttuosa per la salute del malato e per l’autostima di chi lo aiuta, ha infatti conseguenze negative per entrambi. La sindrome del burn out è già stata annunciata tra gli addetti ai lavori come la nuova epidemia che si propagherà con estrema virulenza e rende ben conto di come anche chi dà aiuto si trova nella condizione di avere bisogno di aiuto.

La partecipazione a un gruppo Balint, come ben documentato in numerose ricerche svolte in tutto il mondo, rimane a tutt’oggi l’unico strumento <<sufficientemente incisivo e al tempo stesso di facile attuazione per la formazione psicologica>> (Trombini, 1994) di tutti gli operatori, aiutandoli a migliorare le capacità relazionali e a sviluppare una personalità terapeutica. Al contempo, consente loro di proteggersi meglio senza compromettere il proprio lavoro.

L’opera pionieristica del medico e psicoanalista  Michael Balint (Budapest 1896 – Londra 1970) merita davvero di essere rivisitata. Sulla scia dell’enfant terrible della psicoanalisi Sandor Ferenczi,  che gli trasmise l’importanza della soggettività e della partecipazione affettiva del terapeuta nella relazione di cura, Balint ne riprese il lavoro di formazione ai medici generici  nel policlinico di  Budapest già negli anni ‘30 dello scorso secolo. Fu però vent’anni dopo, alla famosa Tavistock Clinic di Londra, dove nel frattempo si era trasferito, che trovò le condizione adatte e lavorò alla maniera dei Gruppi Balint, divenendo conduttore dapprima di un gruppo di assistenti sociali e psicologi (1948) e finalmente di medici di famiglia (1950). Egli scelse di lavorare proprio con questi ultimi in quanto ritenuti gli unici capaci di cogliere l’esperienza della malattia  nell’ambiente socio-culturale nella quale si genera e quindi di superare le scissioni indotte da un approccio iperspecialistico e settoriale e recuperare il paziente come persona. Resosi ben presto conto della scarsa utilità di lezioni teoriche o di incontri di supervisione in cui si creava inevitabilmente quella condizione pur sempre rassicurante ma scarsamente proficua  di maestro-allievo, egli trovò nel piccolo gruppo eterocentrato (sulla discussione di casi clinici portati a turno dagli 8-10 partecipanti che si riunivano, per un periodo di due o tre anni, settimanalmente per un’ora e mezza) il modo migliore in cui si possono trasmettere al medico le cognizioni della psicologia, <<materia che non può essere insegnata se non viene soprattutto vissuta>> (Galli, 1961).

Avendo il paziente come punto di riferimento, i colleghi arruolati nei gruppi partecipano a un lavoro comune, che non è terapia di gruppo, bensì un operare sul controtransfert, cioè sul <<modo in cui il medico utilizza la sua personalità, le sue convinzioni scientifiche, i suoi modi di reazione automatici>> al fine di ottenere <<una modificazione notevole seppur parziale>> della sua personalità (Balint, 1957).

Non si tratta certo di far diventare psicologo il medico ma di far sì che questi si renda consapevole di quanto egli stesso agisca come medicina e di come il suo modo di elaborare e sentire la relazione con il malato influisca sul comportamento professionale, sulle decisioni diagnostico-terapeutiche e sulle risposte del paziente e del suo ambiente.

Nel famoso libro Medico, paziente e malattia M. Balint (1957) pose infatti le seguenti questioni: <<(…) perché succede così spesso che, nonostante i più sinceri sforzi da entrambe le parti, il rapporto tra paziente e medico è insoddisfacente, e perfino causa di infelicità? O, in altre parole, perché succede che il farmaco “medico”, nonostante una prescrizione apparentemente scrupolosa, non funziona come era stato previsto? Quali sono le cause di questo indesiderabile sviluppo, e come lo si può evitare?>>.

Non è possibile farsi un’idea precisa di cosa sia un gruppo Balint e comprenderne appieno il suo significato senza averlo realmente sperimentato. Attraversando il silenzio, superato un certo disagio iniziale, il piccolo gruppo di colleghi disposti in cerchio, seduti su sedie uguali, si può lasciare raggiungere dalle parole che portano dentro di sé l’emozione dei propri incontri con l’altro (la persona malata) per capire più che per decidere come agire. <<Scopo del lavoro è >> infatti <<approfondire la comprensione della situazione problematica e non trovarne la soluzione>> (come indicato nelle linee guida della British Balint Society, 1994).

Momento di sostegno, di formazione e finanche di informazione e di ricerca il gruppo non deve essere vincolato a nessun altro condizionamento se non il desiderio gratuito di apprendere. Balint considerava imprescindibile garantire ai partecipanti la possibilità di sentirsi liberi di essere se stessi o, per usare le sue stesse parole, di avere <<il coraggio della propria stupidità>> perché <<il medico deve rendersi conto in primo luogo e in modo elementare di ciò che capita>>, essendo egli stesso <<il farmaco di gran lunga più usato in medicina>>. In oltre vent’anni di lavoro con i medici di famiglia, come ben documentato nei suoi libri, Balint arrivò a modificare il concetto di medico-paziente tradizionale sopravissuto nei secoli (il medico visita il paziente, riferisce l’esito e fornisce indicazioni per il trattamento al paziente stesso e alla famiglia), spostando l’attenzione su fattori fino ad allora largamente misconosciuti, quali: l’individuazione del medico come farmaco, il riconoscimento dell’influenza mutua nel processo di cura, la diagnosi più profonda (globale), associata all’acquisizione della capacità di ascoltare, la collusione dell’anonimità e la cosiddetta, un po’ ironicamente, funzione apostolica del medico. Mi soffermo brevemente su quest’ultima, considerata quella più problematica e al contempo più difficile da abbandonare per riuscire a diventare più sensibili ai bisogni dei pazienti e più attenti a ciò che essi cercano di comunicare: <<Ogni medico possiede un’idea vaga ma quasi irremovibile del comportamento che un paziente deve adottare in caso di malattia. (…) quest’idea (…) possiede un potere immenso , capace di influenzare praticamente ogni particolare del lavoro del medico con i suoi pazienti. Tutto avviene come se ogni medico possedesse la conoscenza rivelata di ciò che i pazienti hanno diritto o no di sperare e di ciò che devono sopportare, ed inoltre avesse il sacro dovere di convertire alla sua fede tutti i pazienti ignoranti e increduli>>. Sono parole che suonano di monito per ciascun professionista della salute di oggi!

I Gruppi Balint sono per tradizione orientati verso il paziente ma recentemente sono più centrati sul medico (Rabin et. Al., 1999), con maggior enfasi sul contesto nel quale i medici presentano e raccontano le loro storie.

Resi più duttili e rivolti a un’utenza più vasta (tutti gli operatori di aiuto in generale oltre a studenti di medicina e insegnanti) grazie all’acquisizione delle tecniche di gruppo che hanno avuto forte sviluppo negli ultimi anni, sono stati introdotti in alcuni paesi  (per prima la Croazia) come parte ufficiale dell’educazione dei medici di famiglia (Kulenovic et al., 2000).

Nell’esperienza di chi scrive, di conduzione di un gruppo Balint non omogeneo (formato da medici di famiglia e ospedalieri, infermieri, fisioterapisti, assistenti sociali e altre figure professionali), si sono enfatizzati la possibilità di viversi in ruoli e aspetti emozionali differenti, l’accesso alla complessità delle relazioni e l’idea di quanto sia necessario <<non imporre il silenzio a voci differenti con punti di vista differenti>> ma riuscire a <<chiamare “io” tutte queste voci>> per <<(…) riconoscere che la costruzione dell’identità personale è una storia complessa e continua nella quale siamo iscritti nella cultura in una miriade di modalità contraddittorie>> (Rivera, 1989).

Ciononostante, va ricordato che tale metodo di lavoro fatica tuttora a diventare un’acquisizione diffusa a largo raggio tra gli operatori d’aiuto: criticato da alcuni per la centralità delle teorie psicodinamiche a scapito di altri orientamenti (per es. cognitivo-comportamentale), giudicato troppo dispendioso in termini di tempo (almeno uno o due anni, per due ore ogni due settimane- un mese), non è facilmente valutabile in termini di efficacia, efficienza e qualità (non fornisce nozioni immediatamente fruibili, esplora le emozioni in gioco come una potenziale risorsa e non come un problema o una debolezza del singolo, obbliga a mettere in discussione le proprie certezze e il proprio stile di lavoro), stimola la creatività e l’impegno responsabile in un’atmosfera di libero scambio, richiede un ingaggio volontario in evidente contrasto con l’attuale raccolta punti ECM.

Certo si tratta di un percorso formativo che non accetta scorciatoie (Balint diceva: <<più se ne fa meglio è>>) ma che accompagna l’evoluzione professionale permettendo di evitare la fuga nella routine che protegge dall’ansia in modo disfunzionale eliminando la possibilità di ricevere la soddisfazione insita solo nel risolvere i problemi senza negarli o esserne travolti.

 

Bibliografia

 

Balint J.A., “The Doctor, his Patient and the Illness (Re-visited). Forging a New Model of the Patient/Physician Relationship”, in: Journal of Balint Society 1996.

 

Balint M. (1957), Medico, paziente e malattia, trad. it. Feltrinelli,  Milano, 1961

 

Balint M. ed E. (1961), Tecniche psicoterapeutiche in medicina, trad. it. Einaudi, Torino, 1970

 

Balint E., Norel J.S., Sei minuti per il paziente, trad. it. Guaraldi Edit., Firenze 1975

 

Galli P.F. (1961). Prefazione all’edizione italiana di: Balint, 1957.

 

Kulenovic M., Blazekovic-Milakovic S.: Balint groups as a driving force of ego development, in: Coll. Antropol., luglio 2000, suppl.1.

 

Luban-Plozza B. e Pozzi U., I gruppi Balint, Piccin, Padova 1986.

 

Mistura S., Psichiatria in Medicina d’Urgenza, Centro Scientifico Editore, Torino 2003

 

Rabin S., Maoz B., Elata-Alster G., “Doctors’ narratives in Balint groups”, in: British Journal of Medical Psychology (1999), 72, 121-125.

 

Rivera M., Linking the psychological and the social: feminism, poststructuralism, and the multiple personality. Dissociation(1989), 2: 24-31.

 

Stòccoro G., “Perdere un paziente: quando il senso del fallimento può far crescere” in: Occhio Clinico, Il Sole 24 ore ed., 2007; 8:4

 

Stòccoro G., “I Gruppi Balint: Storia e attualità”,  Psicoterapia e Scienze Umane, Franco Angeli ed., vol. XXXIX,N.3, 2005,  371-388

 

Stòccoro G., “Alla maniera dei Gruppi Balint.   Una terza via?” , Psichiatria Oggi, anno XVIII, n.1,  giugno 2005, p. 29-33, anche su web in Psychomedia telematic revuewww.psychomedia.it/pm/grpther/grppt/stoccoro1.htm  – e Pol.it. www.pol-it.org/ital/docustoria.htm

 

Stòccoro G., “Aiutare chi aiuta: incontro teorico esperienziale sui Gruppi Balint e la loro attualità”, CMGV notiziario dell’Az. Osp. Di Melegnano, anno 4- numero 2, settembre 2004, pag.7

 

Stoccoro G.: “Nascita e attività di un gruppo Balint extraistituzionale” in: Medicinae Doctor, Passoni ed., anno IX, n.25- 18 settembre 2002

 

Trombini G. (a cura di), Come logora curare, Zanichelli, Bologna 1994.

[1]   Giancarlo Stòccoro, psichiatra- psicoterapeuta

giancarlo.stoccoro@gmail.com